Report riunione del 11 Maggio 2013

Documento programmatico del tavolo tematico Lavoro, Welfare locale e cittadinanza

 

Lavoro

 

Il mercato del lavoro è caratterizzato da alta flessibilità (che si trasforma in precarietà), bassi salari e frammentazione dei luoghi della produzione.

In particolare l'accentuarsi della crisi del sistema capitalista, che è crisi atipica in quanto ha un origine finanziaria, ma che si esplica con le consuete dinamiche (alta disoccupazione, aumento dei prezzi, attacco ai diritti sindacali, revisione in senso ultraliberista dei rapporti di lavoro, ecc) si traduce per le famiglie nella diminuzione drastica del potere d'acquisto; si incide dunque sulla variabile più importante del moderno sistema economico ossia il consumo.

A ciò si somma il contesto internazionale: l'Unione Europea attraverso la troika e con il pretesto del debito impone, in maniera assolutamente antidemocratica, politiche di fortissima limitazione dell'intervento degli stati nell'economia con il conseguente taglio delle spese sociali e dei servizi pubblici essenziali.

Dal generale al particolare, le politiche di austerità si riversano si riversano sui comuni, imponendo forti tagli ai servizi pubblici e alla persona con conseguente impoverimento di fasce di popolazione sempre più ampia, e causando forte ripercussioni nell'occupazione sia per la mancanza di nuove opportunità lavorative per i giovani, sia per la perdita di occupazione di chi un lavoro ce l'ha (seppure a condizioni sempre peggiori).

Il modello di sviluppo imposto dalla classe politica catanese è imperniato sul proliferare di centri commerciali che dovevano rappresentare il rilancio economico e sociale dell'intera provincia. Il risultato è stato invece quello di riempire di cemento il nostro territorio, creare lavoro precario e instabile, evidenziare sempre più gli effetti della crisi con il determinarsi di cicli rapidissimi di apertura e chiusura degli esercizi commerciali. Un'altra conseguenza derivante da tale modello è lo svuotamento del tessuto commerciale e artigianale della città.

Queste scelte si sono rivelate tutte catastrofiche e occorre cambiare radicalmente sistema: contestare l'idea del debito come parametro di azione dei governi locali e nazionali, rimettere al centro i servizi pubblici essenziali (scuola, sanità , trasporti pubblici locali, servizi alla persona), contestare la cementificazione come motore di sviluppo puntando, invece, su grandi opere di ristruttarzione edilizia degli immobili esistenti (in particolare quelli pubblici che si potranno così rivalutare).

A questo va aggiunta la menzogna che per creare occupazione si debba ridurre il costo del lavoro, mantenendo fermo il profitto, anche nei servizi a domanda rigida (come quelli pubblici) o nei settori dove vi siano stati incentivi statali (vedi auto e commercio) o ancora in aree geografiche depresse come la nostra.

La leva fiscale va utilizzata soprattutto per incentivare la produzione di beni e servizi, in particolare prodotti tipici locali (anche a KM 0) ed il piccolo artigianato.

I diritti dei lavoratori non sono più derogabili ed è per questo che proponiamo l'inserimento negli appalti e nei bandi di gara (in particolare nei servizi alla persona) di clausole sociali, volte al rispetto dei contratti collettivi nazionali e ad evitare che l’abbattimento dei costi coincida con l’abbattimento dei salari e dei diritti.

La qualità dei servizi pubblici alla cittadinanza passa anche dalla qualità del lavoro degli operatori. L'utilizzazione da parte dell'Amministrazione Pubblica di personale precario entra in contraddizione con le funzioni dell'Ente e con le sue finalità. Per tale motivo appare coerente l'impegno dell'Amministrazione Pubblica di non stipulare contratti di lavoro atipici e promuovere forme di incentivazione all'assunzione dei dipendenti, anche da parte di privati, a tempo indeterminato.

L'Amministrazione Comunale, per tali motivi, deve incentivare le imprese virtuose che assumono solo con contratti a tempo indeterminato introducendo, tra i criteri per l'assegnazione di opere o per le convenzioni con la P.A., un bonus significativo per coloro i quali rispettano tale parametro.

Si posso introdurre anche degli strumenti di sgravio fiscale prevedendo una diminuzione delle imposte comunali per quelle aziende che assumono i lavoratori precari. Le autorizzazioni comunali, in generale, devono comunque essere legate al rispetto dei contratti di lavoro e della regolarità contributiva.

Per stimolare e promuovere la creazione di occupazione è necessario riqualificare e mettere a disposizione il patrimonio immobiliare posseduto: sia per la produzione diretta di beni materiali (agricoltura, manifatture), sia per l’agevolazione dell’autoimpiego (soprattutto in fase di start-up), attraverso il lavoro immateriale e della conoscenza. Il Comune ha una funzione centrale per incentivare lo sviluppo del territorio, creando le condizioni perché si possano ricostruire le basi per un modello economico sostenibile e coerente rispetto ai bisogni e alle risorse dell'area metropolitana. È necessario agevolare in particolare le fasce più deboli dei lavoratori promuovendo corsi formativi per la riqualificazione professionale e politiche attive per l'ingresso nel mondo del lavoro di donne, giovani e portatori di handicap.

Ma tutto questo non basta. Noi contestiamo radicalmente questo sistema di sfruttamento, ed è per questo che riteniamo molto importanti le esperienze di occupazione delle fabbriche come strumento di riappropriazione dei luoghi di produzione che si sono sviluppate in Argentina dopo la crisi del 2001, ma che si sta diffondendo da alcuni mesi anche in Grecia. In questo senso il comune dovrebbe appoggiare tutte quelle realtà di lotta che si oppongono alla chiusura (spesso ingiustificata) delle fabbriche, ad esempio con l'incentivo alla creazione di cooperative di lavoratori che possano proseguire la produzione e mantenere i livelli occupazionali.

 

Welfare

 

Il sistema di welfare locale catanese negli ultimi decenni è stato vittima di ruberie e sopprusi passati alla cronaca e dentro le aule di tribunali. Ciò che è rilevante in questa sede, però, è la definizione del modello di welfare e di gestione della cosa pubblica. Negli ultimi anni abbiamo assistito all'utilizzo privatistico della cosa pubblica e all'implementazione di politiche di stampo liberiste che hanno comportato la realizzazione di un sistema parcellizato e sempre meno accessibile di servizi alla persona a fronte di un progressivo impoverimento della popolazione e dell'acuirsi di disagio sociale, non più monopolio esclusivo delle fasce più deboli dei cittadini.

La recente introduzione del sistema di Voucher per implementazione dei servizi alla persona impone, appunto, un modello di stampo liberista. Il Comune, quindi, abdica alla sua funzione di erogatore diretto di servizi, in linea con l'orientamento dato negli ultimi decenni, occupandosi semplicemente di controllare e valutare quei soggetti che, in convenzione, opereranno direttamente con i “clienti”. La trasformazione dell'utenza in clientela ha non poche conseguenze sia sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini sia sulle condizioni di lavoro dei professionisti. In questo modo, infatti, i soggetti erogatori diretti di servizi entrano in competizione tra loro, offrendo servizi al prezzo più basso a scapito della qualità, e si incentiva inevitabilmente il lavoro precario, sottopagato e sottodimensionato in un settore, quale il sociale, già afflitto da queste piaghe.

Ad esempio, se si considerano i servizi ai minori, salta subito agli occhi la necessità di prevedere un intervento mirato all'educazione del ragazzo che passi attraverso vari aspetti della sua vita quotidiana: la socialità, la famiglia, la scuola, il lavoro, lo svago. La frammentazione dei servizi è tale per cui è impensabile per un operatore sociale proporre al ragazzo in questione un progetto educativo stabile nel tempo e proficuo. La situazione è maggiormente complicata dall'assenza di un sistema di rete tra i servizi che, per legge (L. 328/00 Legge di riordino dei servizi sociali e alla persona che prevede la creazione di un sistema integrato dei servizi attraverso la costruzione di reti sociali attive), dovrebbero invece collaborare per la realizzazione di interventi di aiuto mirati e risolutivi.

Evidentemente è l'intero impianto che non funziona, andando incontro ad esigenze di mercato in un contesto che si impoverisce sempre di più e produce sacche di marginalità sociale sempre più consistenti.

La gestione diretta dei servizi alla persona principali, attraverso i Centri Sociali esistenti nel territorio, rappresenta quindi l'unica strategia possibile per ristabilire la naturale funzione dell'Ente Pubblico e ricostruire il tessuto sociale compromesso dall'impoverimento progressivo e da nuove forme di marginalità sociale.

Il principio dell'inclusione passa anche dal linguaggio: cambiare il nome all'assessorato sembra un atto dovuto, eliminando così il riferimento ad un frame ideologico ben definito. È un atto di civiltà fare riferimento non più alla famiglia ma alle famiglie, italiane e migranti, permettendo l'accesso ai servizi dedicati anche alle coppie (eterosessuali e omosessuali) non coniugate.

La qualità passa soprattutto attraverso il maggior controllo sulle convenzioni con soggetti di terzo settore, introducendo regole precise rispetto alla loro gestione interna (antimafia, tetto minimo di lavoratori dipendenti rispetto alla grandezza della struttura, …,). È necessario spezzare la catena clientelare che regola ad oggi il sistema le cui ricadute non si manifestano solo nella dimensione economica ma anche e soprattutto nella dimensione politica, rappresentando un sistema di accumulazione di consenso acquistato attraverso l'esternalizzazione di servizi.

È necessario ridisegnare un modello di welfare ispirato al concetto di democrazia deliberativa e al principio della partecipazione. La programmazione sociale imposta dall'alto è tanto fallimentare quanto quella regolata dalle logiche di mercato perché entrambe non risponderanno puntualmente ai bisogni reali dei cittadini. La semplificazione delle procedure di accesso ai servizi alla persona così come la promozione alla partecipazione della cittadinanza alla programmazione delle politiche sociali attraverso l'istituzione di assemblee pubbliche preparatorie al lavoro dei tavoli tematici per i Piani di Zona, rappresentano degli strumenti utili non solo alla rilevazione dei bisogni della popolazione ma rappresentano soprattutto la concretizzazione di forme democratiche di partecipazione e di costruzione del benessere collettivo, stimolando anche forme di solidarietà attraverso il confronto e la conoscenza reciproca. In questa stessa direzione, è possibile pensare a forme di promozione della solidarietà sociale attraverso la creazione di un brand per progetti sociali incentrati sull'incontro e la collaborazione tra soggetti privati e soggetti pubblici che incentivino la costruzione di reti sociali tra i diversi attori al fine di migliorare le condizioni di benessere della comunità.

La cittadinanza attiva, infatti, deve essere promossa con la creazione di spazi di partecipazione e stimolata con azioni imperneate sulla responsabilità collettiva e la solidarietà.

Le formazioni sociali, come i soggetti di terzo settore, devono essere messe nella condizione di poter svolgere le loro funzioni primarie, non solo esprimendosi come forme organizzative della cittadinanza ma anche sperimentando nuove pratiche finalizzate al miglioramento nei vari aspetti della vita quotidiana della comunità locale.

Il modello di welfare locale, infatti, ad oggi è incentrato prevalentemente su servizi essenziali e di prima accoglienza, in particolar modo se si fa riferimento all'utenza migrante. La maggior parte dei servizi offerti è gestita da soggetti di terzo settore che, attraverso il sistema delle convenzioni con la P.A., eroga prestazioni mai sufficienti rispetto al bisogno. Il problema della scarsità delle risorse, tema centrale negli ultimi anni, è risolvibile solo se riusciamo ad astrarci dalle logiche di mercato e mettiamo a sistema tutti gli elementi, materiali e immateriali, disponibili. Tenendo ben saldi i principi della partecipazione e della solidarietà, è possibile immaginare un sistema in cui l'individuo e la comunità, anche nelle sue varie forme intermedie (famiglie, gruppi, associazioni, comitati etc) interagiscano in modo proficuo rispondendo ai bisogni puntuali di ciascuno e della collettività, individuando in modo partecipato le possibili soluzioni. Un esempio di politica nata dal basso, sostanziata da risorse economiche minime e rispondente alle esigenze reali delle famiglie è l'esperienza delle "tagesmutter" (tr. Mamma di giorno) o degli asili di caseggiato, realtà già consolidate in altre parti d'Italia e strade ancora troppo poco battute nel nostro territorio. Questi sono solo esempi, estendibili a tutti i settori di cura e di assistenza sociale, che dimostrano come la partecipazione di ciascuno e la messa in rete di elementi non ancora considerati come risorse utilizzabili per il benessere collettivo possano trasformare la vita della comunità migliorandola. Il Comune deve assumersi l'onere di innescare questi processi, costruendo le condizioni per l'incontro tra i soggetti e le diverse organizzazioni sociali e promuovendo buone prassi utilizzando, se necessario, strumenti incentivanti come sgravi fiscali, semplificazione amministrativa, supporto tecnico etc.

Ad ogni modo, lo spendersi per la costruzione di nuove forme sperimentali di welfare non può non essere accompagnata dall'utilizzo di strumenti già noti, finalizzati alla redistribuzione del reddito e all'eliminazione delle disuguaglianze sociali.

Il reddito minimo garantito rappresenta, ad esempio, uno strumento utile per la lotta alla povertà, prevedendo un uso efficiente delle risorse perché commisurato rispetto al livello di privazione dei beneficiari. Si tratta, infatti, di uno strumento di sostegno al reddito che più degli altri riconosce e agisce sulle diseguaglianze.

È nostra convinzione, tuttavia, che il miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno sia maggiormente ottenibile, sia in termini economici che sociali, attraverso l'implementazione di servizi finalizzati alla demercificazione dei bisogni e rispondenti alle esigenze concrete della comunità.

È per questo motivo che riteniamo sia necessario garantire servizi pubblici a chi viene espulso dal mondo del lavoro o ha difficoltà ad inserirsi (cassaintegrati, lavoratori in mobilità, esodati, disoccupati), ai precari, ai neet, ed in generale alle fasce sociali in difficoltà e a rischio di esclusione sociale.

Il welfare locale, infatti, deve garantire a tutti i cittadini residenti (includendo evidentemente anche i migranti) che rispondano non solo ai bisogni primari fornendo servizi di bassa soglia, ma anche strumenti per l'integrazione e l'inclusione sociale, sostenendo gli utenti anche e soprattutto nelle fasi del ciclo della vita di fragilità e di rischio di marginalità.

 

Data riunione: 
Sabato, 11. Maggio 2013